ECONOMIA INFORMALE: SOPRAVVIVENZA OPPURE OPPORTUNISMO?

| Jacopo Beggiora, Ce.S.E.D. | Area tecnica (TECH)

In questi primi mesi del 2023, i consumi dovrebbero riprendere vigore grazie alla spinta del periodo dei tradizionali saldi invernali, nonostante la grande incertezza e sfiducia a causa della soffocante inflazione.

Ci si scorda che in realtà sono molti gli strumenti da adottare per favorire una ripresa economica generalizzata, ridurre i rincari e agevolare vari strati di popolazione in difficoltà. Tra le misure più urgenti e forti dal punto di vista politico, intraprendere delle azioni di contrasto all’economia sommersa potrebbe rappresentare un nuovo Risorgimento.

Ma di cosa trattiamo nello specifico quando si parla di economia sommersa?

La descrizione che Treccani fornisce è che si tratta di un fenomeno sociale, da definirsi come una “locuzione con cui si indica qualsiasi attività economica avente la caratteristica di sfuggire all’osservazione statistica”. È una definizioneombrello”, in cui sono inseriti termini molto simili tra loro, ma che fanno tutti riferimento a un tipo di economia parallela ai flussi di capitale regolarmente registrato sui conti nazionali, sotto molti aspetti illegale.

L’ “economia informale”, pur essendo parte dell’economia sommersa, non ne trae completamente il lato illegittimo; è una definizione non univoca di un fenomeno che troviamo ormai sparso in ogni città italiana ed estera; informalità vuol dire assenza di una relazione contrattuale e per indicare esperienze di produzione e vendita che si collocano al di fuori del mercato e delle sue regole. Non è difficile vivere quotidianamente dei casi concreti. Una grande varietà di lavoratori prende parte a questo “mondo”, dai venditori ambulanti, spesso immigrati, che commerciano ogni genere di oggetti e servizi, ai negozianti dei mercati comunali (qualora ad esempio non facciano la ricevuta fiscale a transazione eseguita), ad artigiani e persino affermati professionisti.

Questi comportamenti sono consolidati e vantaggiosi a vari livelli, ma la differenza su cui ritengo importante porre l’accento per capire meglio la necessità di questo modo d’agire è da ricercare nelle intenzioni delle persone.

L’economia informale non ha confini sociali, ma evidenti sfaccettature: tende a delinearsi come un’economia di sussistenza per coloro che appartengono a fasce basse della popolazione, che spesso cercano di sbarcare il lunario e sopravvivere non avendo un vero lavoro, oppure figure precarie che puntano ad arrotondare magri guadagni. Chi invece occupa una posizione sociale più elevata, con un lavoro stabile e ben retribuito, può ambire ad acquisire attraverso questa pratica ulteriori possibilità nell’ascensione sociale, rafforzando il proprio posizionamento negli strati alti; è dunque una questione di opportunismo.

Indubbiamente rappresenta in ogni caso un’azione discutibile e in molte occasioni vietata, ma analizzando le motivazioni di partenza, possiamo biasimare i motivi per cui è svolta? Non sempre e non in tutte le occasioni. È da condannare un uomo di mezza età, mal vestito, che gestisce un banchetto, e vende la sua mercanzia di dubbia provenienza per sfamare la famiglia e cercare di vivere dignitosamente, e allo stesso modo è giustificabile la proposta di non chiedere la fattura dopo un intervento dell’idraulico o dell’elettricista nelle nostre case?

Si potrebbe quasi affermare, per concludere, che in alcuni casi rappresenta una forma di autodifesa dell’individuo non giustificabile, ma comprensibile, che rimane un elemento differenziante e su cui bisogna lavorare per rendere più equilibrato un sistema che altrimenti rischia di risucchiare tutti.

Autore: Jacopo Beggiora, Ce.S.E.D.

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