Il welfare state
Il welfare state è il complesso di politiche pubbliche, messe in atto da uno Stato, che interviene in un’economia di mercato per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini; si tratta, dunque, di un modello di organizzazione politico-sociale che ha come obiettivo quello di affermare, attraverso una serie di servizi e prestazioni, la sicurezza economica e la giustizia all’interno della società. Il welfare state, quindi, si basa su principi di solidarietà e redistribuzione delle risorse ed ha l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e fornire opportunità a tutti i membri della comunità, indipendentemente dal loro status economico e sociale.
Allo stesso tempo, è importante sottolineare che, sebbene si possano riconoscere delle caratteristiche peculiari del welfare state, come quelle descritte sopra, non è possibile dare una definizione univoca da adattare ad ogni Stato: questo perché tutte le politiche di welfare sono da inserire e considerare in un determinato contesto economico e sociale.
Tre modelli di welfare state
Si possono, tuttavia, riconoscere tre principali modelli di welfare state: il “self service economy”, il “welfare economy” e il “market economy”. Il primo è tipico del sud Europa e caratterizzato da un medio-alto carico fiscale e da una maggioranza di sussidi piuttosto che servizi, mentre, il secondo è diffuso nel nord Europa, tipicamente con forte pressione fiscale e una grande diffusione di servizi pubblici, infine, l’ultimo è seguito da Stati Uniti d’America e Gran Bretagna ed ha una bassa pressione fiscale ed un’alta diffusione di servizi privati a basso costo.
Il welfare economy e il market economy hanno la capacità di creare occupazione tramite il fenomeno del circolo virtuoso delle donne che lavorano: infatti, le donne occupate hanno meno tempo da dedicare alla propria famiglia, ma anche un reddito alto che permette loro di spendere per i servizi di cura (come, ad esempio, gli asili nido). Quindi, questi servizi diventano sempre più richiesti dalle famiglie e necessitano di nuovi lavoratori, quasi sempre di sesso femminile: in questo modo, le donne occupate creano nuovi posti di lavoro per altre donne nel settore dei servizi di cura.
Uno sguardo sul welfare italiano: l’occupazione femminile
Il modello di welfare state “self service economy” lo attribuiamo al sud dell’Europa e, quindi, anche all’Italia: infatti, nel nostro Paese, la spesa pubblica privilegia i trasferimenti monetari alle famiglie (come pensioni e indennità di invalidità), sull’organizzazione di servizi sociali. Ciò ha, come prima conseguenza, una bassa occupazione femminile: infatti, le donne, più spesso degli uomini, hanno il carico degli impegni familiari, tra figli e genitori anziani da curare, e difficilmente riescono a conciliare lavoro e casa. I sussidi dello Stato non risolvono completamente la situazione, perché essi sostengono dai problemi finanziari, ma il lavoro di cura rimane sulle spalle delle famiglie.
Essendoci carenza di servizi esterni alle famiglie, esse devono trovare nuove soluzioni per conciliare gli impegni tra casa e lavoro: un primo aiuto proviene dalle donne immigrate che, lavorando come tate e babysitter, permettono alle donne autoctone di rimanere occupate. Infatti, grazie ai servizi svolti dalle immigrate, presso le famiglie, la partecipazione al lavoro delle donne italiane cresce. Un’altra grande risorsa sono i nonni, sempre più partecipativi nel lavoro di cura dei nipoti.
La cura degli anziani
Inoltre, anche la cura degli anziani sta diventando sempre di più un’urgenza, perché continua ad aumentare l’indice di vecchiaia nel nostro Paese (193,1 anziani ogni 100 giovani) e a diminuire le reti di aiuto intergenerazionali; per questo, si deve ricorrere alle badanti. Infatti, in Italia, i sussidi per gli anziani sono spesso utilizzati per assumere persone che offrano loro assistenza, anche senza contratto: i costi sono nettamente inferiori rispetto alle rette delle residenze per anziani e, queste strutture, già molto scarse per gli standard europei, crescono ancora lentamente.
Le immigrate, quindi, sono ormai un pilastro del modello di welfare familistico che si è consolidato in Italia; ciò risulta anche dalla politica immigratoria che ha sempre privilegiato gli ingressi e le sanatorie per chi svolge lavoro per le famiglie. Le dimensioni sono uniche nel panorama europeo: più di 500 mila immigrate (oltre il 40% di tutte quelle occupate) e quasi 100 mila immigrati (il 5% di tutti gli occupati) lavorano per le famiglie. Infatti, l’impatto delle donne immigrate che svolgono lavoro domestico e di cura è maggiore proprio nelle aree ove le politiche sociali e familiari sono meno sviluppate. Perciò, l’immigrazione ha l’effetto di favorire la conservazione del tradizionale sistema di welfare, fondato sulla famiglia piuttosto che sui servizi pubblici.
Le missioni del PNRR relative al welfare state
Come agisce concretamente lo Stato italiano per sviluppare il nostro welfare state? Un ruolo importante appartiene al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): esso è il programma con cui il governo intende gestire i fondi del Next Generation EU ed è uno strumento di ripresa e rilancio economico, introdotto dall’Unione europea, per risanare le perdite causate dalla pandemia. Il PNRR prevede sette missioni: dalla transizione ecologica a quella digitale, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla giustizia. Tra queste, le più interessanti sul tema del welfare state sono la n. 4 e la n. 5: la prima si occupa dei temi dell’istruzione e della ricerca, mentre la seconda si concentra sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale e territoriale.
La missione 4
La missione n. 4 include una serie di investimenti per le scuole, tra cui gli asili nido: infatti, il 13 giugno 2024, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le graduatorie del bando per il nuovo Piano Asili Nido 2024. Esso rientra nel PNRR (Missione 4 – Istruzione e Ricerca – Componente 1 – Investimento 1.1) e ha l’obiettivo di ridurre i divari territoriali nei servizi per l’infanzia e supportare le famiglie, favorendo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Secondo quanto diffuso dal Ministero, con un finanziamento di 734,9 milioni di euro, il Piano Asili Nido prevede la realizzazione di 838 nuovi interventi in 845 Comuni beneficiari, che si aggiungono ai 2.228 interventi precedentemente autorizzati e tuttora in corso. Il suddetto Piano prevede la realizzazione di circa 31.600 nuovi posti di asili nido di età 0-2 anni, utili per il raggiungimento del target finale previsto dal PNRR (150.480 nuovi posti). Infatti, alla fine del 2025 l'Italia dovrà essere in grado di raggiungere il target di copertura del 33% di posti disponibili, in relazione alla popolazione di bambini 0-2 anni; significa che per ogni 3 bambini di quell'età dovrà esserci almeno 1 posto al Nido, così come richiesto a livello europeo e dai livelli essenziali delle prestazioni, fissati con la legge di Bilancio 2022.
La missione 5
La missione n. 5 finanzia le attività di inclusione sociale di determinate categorie di soggetti fragili e vulnerabili come: famiglie e bambini, anziani non autosufficienti, disabili e persone senza fissa dimora.
Nell’articolo ci concentriamo sugli investimenti per il sostegno agli anziani non autosufficienti, come, ad esempio, il Bonus Anziani: esso ha l’obiettivo di rendere più semplice l’accesso ai servizi d’assistenza per questa categoria. Prevede che, dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026, i cittadini non autosufficienti, con più di ottant’anni e ISEE uguale o inferiore a 6.000 euro, possano ottenere un contributo all’assistenza pari a 850 euro mensili. Essi si devono sommare ai 513,76 euro attualmente previsti dall’indennità di accompagnamento, per un totale di 1.380 euro al mese. Il contributo erogato può, però, essere utilizzato unicamente per pagare badanti o imprese che forniscano servizi d’assistenza: in caso siano impiegati in altro modo, scatta la revoca del bonus. Per finanziare la misura, il Governo ha stanziato 500 milioni di euro per il biennio 2025-2026: 150 milioni di euro arrivano dal Fondo nazionale per le non autosufficienze, 250 milioni dal Programma nazionale “Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027” e 100 milioni dalla Missione 5 del PNRR.
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